Una terra, una cultura, un pittore

Non mi sorprese più di tanto, lo sorso gennaio, la notizia che Marcello Polacci era prossimo a inaugurare una mostra personale di pittura a Pietrasanta, la sua città natale. Non sapevo che dipingesse: non me ne aveva mai fatto cenno.
Eppure, quando me lo annunciò, mi parve del tutto normale, anzi conseguente, figurarlo alle prese con tele (in realtà tavole: compensato marino), pennelli, colori e vernici. Eravamo nel chiostro della chiesa di Sant’Agostino, a Pietrasanta, dove presentavo una mostra di Romano Cosci. La stessa sede nella quale Marcello avrebbe esposto le sue liete – ossia gratificanti, e per questo lievi – fatiche. Altrettanto prevedibile, data la qualità del personaggio e la sua peculiare vicenda, mi parve il titolo dichiarativo della mostra, mantenuto (sorta di teca) anche per questa seconda e penso anche per le successive tappe del suo viaggio immaginario: Versilia sognata. Forme e colori della mia terra.
Ricordo che mentre mi parlava e mi si rivelava pittore, i suoi occhi restituivano più luminoso, e come eccitato, il sorriso che gli è solito. Un sorriso trasparente, senza sottintesi e malizie. Indizio certo di una disposizione positiva verso la vita e il mondo, compresa l’intricata rete delle relazioni umane. Un sorriso che credo abbia impresso il tono affabile della sincerità la sua consuetudine con i bambini, nella veste professionale di pediatra che egli ha indossato per alcuni anni.
Non decenni, ma pur sempre un mannello di anni, sono trascorsi dacché ho conosciuto la prima volta il “dottor” Polacci.
L’occasione era una di quelle conversazioni che Tommaso Paloscia, il nostro compianto amico comune, usava promuovere per rendere più gradevoli i soggiorni estivi degli ospiti del Lagomare, il complesso residenziale immerso nella pineta di Torre del Lago. Mi fu presentato come navigatore di lungo corso e presenza rilevante della Versilia artistica.
Tale lo seppi allora, sulla parola affidabile di Tommaso. In seguito non sono mancati i nostri incontri “in simulazione”, conviviali e anche di lavoro. Per quest’ultimo caso ricordo, ad esempio, le mostre sull’arte in Versilia nel Novecento da lui organizzate a Lugano. Ho insomma avuto agio e modo circostanziato di conoscerlo e di riconoscerlo infaticabile animatore e testimone di molti accadimenti culturali di una terra, la sua e in parte la mia, che occupa un posto non marginale nella geografia del Novecento artistico italiano, come ben sanno ormai non solo gli addetti ai lavori. Le stesse testimonianze qui pubblicate lo confermano.
Polacci è stato amico, spesso sodale, di tanti pittori e scultori, scrittori e letterati stabilmente insediati o frequentatori abituali di Forte dei Marmi e del più ampio contesto versiliese. Al Forte ha avuto un ruolo di primo piano quale presidente, per quindici anni, della Galleria Comunale d’Arte Moderna, essendo responsabile dell’attività espositiva e delle acquisizioni. A lui si devono gli spunti e spesso il motore operativo di numerose altre manifestazioni intraprese. Cito solo la raccolta “Arturo Dazzi”, costituita con opere e documenti donati dalla signora Andreina, la moglie del grande, e non giustamente valutato, scultore carrarino che al Forte aveva fissato la propria residenza. Quella raccolta è un modello di conservazione d’un patrimonio altrimenti destinato, con buona probabilità, alla dispersione.
In un suo recente volumetto, Memoria e fatti di incontri a Forte dei Marmi, al quale ho abbondantemente attinto per comporre nelle seguenti pagine il quadro di riferimento delle motivazioni profonde e del retroterra di questi dipinti, Polacci ha fornito ampia e non ostentata notizia dei suoi incontri e frequentazioni versiliesi. Sul filo della memoria, si ricompongono situazioni, episodi, aneddoti di vita vissuta per lo più inediti, relativi a personalità ed eventi centrali della storia di Forte dei Marmi e dintorni. Non sarà inutile ricordare che si tratta di una storia che in non pochi casi sconfina nel mito, trattandosi di artisti e autori del livello di Dazzi, Cremona, Carrà, Pea, Malaparte, Soffici, Longhi, e numerosi altri di equivalente caratura. Con il lindore d’una parola improntata alla semplicità, il suo agile racconto e le numerose foto che lo corredano restituiscono un sentimento del tempo e del luogo, una temperatura esistenziale, un clima culturale di grande fervore. Con la memoria comunicano il senso di una stagione irripetibile della quale Marcello è stato compartecipe. Non solo in funzione di mero, per quanto provveduto spettatore.
Ecco! Fino a meno di un anno fa, Marcello era per me un uomo colto e sensibile fattivamente coinvolto, a vario titolo, nelle cose dell’arte e della cultura; e, si intende, amico d’elezione per comunanza di interessi. Ignoravo difatti i suoi trascorsi giovanili di pittore, e non so – non gliel’ho chiesto – se di quella breve apertura abbia conservato qualche prova. Era il tempo in cui, studente di medicina e poi medico alle prime armi, non mancava di assistere – da sensibile uditore- alle vivaci riunioni al “Quarto Platano”, ossia ai tavolini del bar di Forte dei Marmi dove s’intrattenevano conversando, dibattendo, divagando figure di primissimo piano dell’arte e della letteratura italiane. Nemmeno sapevo del dilemma che gli toccò scegliere, quando venne il momento di fare la scelta decisiva tra la professione di pediatra e quella di pittore. Finì col dedicarsi alla prima, come si sa, accantonando la seconda per recuperarla dopo la lunga “parentesi” pediatrica.
Lo racconta Polacci stesso nella paginetta posta ad apertura di questo catalogo. Dalla quale si deduce che se avesse optato per l’altro corno del dilemma, la pittura da cui pure si sentiva fortemente attratto, l’avrebbe fatto solo a condizione di praticarla a tempo pieno e, beninteso, con il massimo rigore professionale. Ossia da artista a tutto tondo. Non volle essere un medico con il “pallino” della pittura, buona a saturare le crepe del tempo libero, e non avrebbe accettato di dedicarsi alla pittura con la nostalgia o il rimpianto per la medicina. Glielo imponevano un abito mentale improntato alla serietà e, penso, la consapevolezza dell’impegno senza scarti che la pittura avrebbe comportato, a farla sul serio, giusto l’esempio degli artisti d’alto profilo che le circostanze della vita gli avevano consentito di avvicinare e frequentare, e che non potevano non pesare sulle sue scelte.
In un suo scritto di presentazione alla mostra dello scorso anno alla Fògola Galleria Dantesca di Torino, Paloscia giustamente sottolineava il carattere non dilettantistico della pittura di Polacci. Si riferiva, ovviamente, alle opere eseguite al compimento del lungo capitolo della pediatria, delle quali quelle qui documentate sono il coerente seguito e sviluppo.
La sua affermazione si fondava sia sull’analisi linguistica e formale delle opere, dunque argomenti specifici, sia sul notorio retroterra culturale del “ritrovato” pittore e sull’incidenza formativa delle esperienze artistiche, in senso generale, da lui maturate nel tempo.
Sottoscrivo le pertinenti considerazioni di Paloscia. Del resto, corrispondono a quelle di altri autorevoli testimoni, da
Raffaello Bertoli a Dino Carlesi a Massimo Carrà. Esse giustificano anche, a posteriori, la mia sorpresa solo parziale
allorché Polacci mi annunciò la prossima inaugurazione della sua mostra a Pietrasanta. La sua figura, difatti mi pareva così intrinseca al laboratorio e all’entourage dell’arte versiliese e in Versilia nel Secondo Novecento, e la sua persona così familiarmente legata alle persone degli artisti nella quotidianità e per la durata di un’esistenza, da rendere pressoché scontata la “novità” della notizia.
Alle osservazioni di Paloscia vorrei aggiungerne una sola, della quale parlerò più avanti, a mio avviso decisiva per
sciogliere l’interrogativo circa l’effettiva portata e l’ambizione del Polacci pittore allo specchio dell’attuale panorama
artistico anche solo toscano, e avviso subito che tale questione ha un senso molto relativo, nel suo caso. Eventualmente si porrebbe solo se Polacci pretendesse o presumesse di annettere alla sua pur felice e seria “appendice” di pittore una valenza e un significato esorbitanti i limiti dichiarati. Che sono quelli di un viaggio o un’avventura paga del suo farsi e manifestarsi, quale compimento del bisogno di tradurre nella concretezza del linguaggio pittorico, e nell’immaginario che tramite le forme e i colori si esprime, un sogno lungamente e segretamente coltivato.. Posso affermare, a ragion veduta, che l’ambizione di Polacci consiste tutta in un onesto e pungente proposito: render testimonianza poetica delle proprie radici e della propria fedeltà a una terra e alla sua cultura diffusa. Una terra alla quale egli si sente di appartenere non solo per nascita e atavismo, ma perché ad essa fanno capo i valori che hanno nutrito la sua esistenza e plasmato la sua personalità. Polacci si è raccontato, insomma, attraverso l’immagine idealizzata della propria terra e, per essa, degli elementi morfologici e antropici che, ridotti nella partitura pittorica a emblemi più che simboli, la contrassegnano e la connotano, rendendola intuitivamente percepibile come vera e presente, al di là della riconoscibilità naturalistica.
Il repertorio dei referenti versiliesi cui Polacci ricorre è quanto mai sobrio e puntualmente riproposto in ogni opera.
Compare anzitutto il profilo delle Apuane, segnatamente il monte Altissimo, e i cieli che lo sovrastano, e cangiano
suggerendo un clima, un’ora, una stagione, secondo l’inclinazione dell’animo che detta la qualità della luce, non già
il bollettino meteorologico. Quindi la spiaggia e l’orizzonte marino, gli edifici e le cabine degli stabilimenti balneari,
i moli e i blocchi di marmo. Quei blocchi che Polacci già dipingeva nella loro massiccia sostanza minerale, pronti
all’imbarco per approdare ai laboratori e fabbriche e piazze del mondo, sono andati gradualmente spogliandosi della loro fisicità fino ad assumere la pura forma astratta (ossia essenziale in senso alchemico) di prismi e parallelepipedi, e fungono oggi da personaggi principi del racconto. Infine, qualche isolato pino dal fusto vertiginoso, memoria del primitivismo versione Novecento e forse omaggio a Carrà. Nient’altro. Salvo, sporadicamente, una sfera simboleggiante la totalità dell’essere e la ciclicità della vita e degli elementi, indice di movimento.
Pochi elementi, come si vede. Ma la diversa e varia combinazione, per incastri a tarsia dei piani, di questi emblemi
rarefatti sulla scacchiera dell’immagine, determina un clima visivo di non impropria attribuzione metafisica che, nella sua irrealtà, restituisce meglio d’una ripresa dal vero il carattere del luogo.
Il raccontarsi di Polacci non consiste nel rievocare liricamente i momenti topici del suo stringente rapporto con la terra di Versilia. Difatti egli non si affida a situazioni o episodi narrativi, se non nei titoli che li suggeriscono, quanto alla proprietà evocativa dello spazio edificato come scena e alla muta presenza delle strutture e degli oggetti emblematici.
Da quanto sin qui argomentato, sembra che la pittura sia cresciuta dentro il cuore e la mente di Polacci, nel seguito
degli anni dedicati alla professione medica e corroborati dall’immersione non balneare nel variegato universo dell’arte che gli fluttuava dintorno, e comunque gli apparteneva, in quanto costituiva, al pari di Forte dei Marmi, il suo referente identitario privilegiato. Covava, la pittura, pronta a rivelarsi in pienezza di forme e figure dell’immaginario, quando finalmente si fosse offerto totale e privo di vincoli alieni il tempo ad essa consacrato.
Ciò spiega – ed è questa la mia aggiunta alle osservazioni di Paloscia – il fatto che il pittore Polacci, sia nato, in un certo senso, già adulto. Tra il ’95 e il ’96, le prime prove lo dichiarano già sufficientemente sicuro quanto a proprietà dei mezzi tecnici e linguistici, messa a fuoco dei soggetti e del sotteso mondo poetico, finalità sia del racconto che della corrispondenza interiore. La si sarebbe detta la neonata pittura, non l’avvio ma già un primo apprezzabile approdo del viaggio o della bella avventura che dir si voglia, e parlo senza alcuna intenzione di sopravalutare per compiacenza d’occasione o in qualche modo forzare l’effettiva valenza delle opere d’esordio. Lo affermo cioè nella piena consapevolezza anche dei loro limiti, presupposti nel particolare statuto di chi sfocia nella pittura in età non più tenera. Limiti che in nessun modo, tuttavia, sono o possono essere letti come indizi d’uno sguardo e d’una mano di dilettante, nel senso domenicale del termine. Sia pure d’un dilettante colto e avveduto che, in fin dei conti, della pittura e suoi annessi e connessi si è lungamente nutrito.
Come nel caso di Polacci, appunto. Il quale comincia a dipingere e sembra che l’abbia sempre fatto e non penso che
la sua familiarità con il mezzo sia, in qualche misura, il deposito reintegrato della sua esperienza giovanile, lontana nel tempo e non più ripresa sino alla metà degli anni Novanta. Propendo piuttosto a credere che in Polacci abbia giocato, quale fattore decisivo e distintivo, la sua “cultura visiva”, sul piano della sensibilità e del gusto oltre che della conoscenza acquisita dei linguaggi di movimenti e tendenze moderni e dei procedimenti tecnici e formatori. Il suo tirocinio, il suo percorso di formazione lo ha compiuto in itinere grazie alla lunga consuetudine con gli amici artisti e i loro studi, alla familiarità con le opere all’analisi dei relativi linguaggi, da uomo di cultura incline a prestare particolare attenzione alle arti della visione, segnatamente la pittura e la scultura.
L’altro elemento che mi induce a sostenere l’ipotesi d’una educazione allo spirito e alla prassi della pittura maturata interiormente, e come parte integrante dell’identità umana e culturale della persona, è il breve arco temporale e la consequenzialità dei passaggi con cui Polacci ha sviluppato le proposizioni dell’esordio. Nel giro di pochi anni, dall’originaria pittura condotta con pennellate vigorose ancora saldamente ancorate al dato concreto, egli è pervenuto all’attuale stato di autonomia stilistica e limpidezza pittorica attraverso il processo cui accennavo di riduzione formale, di sintesi geometrica dell’impianto spaziale e dell’immagine che scaturisce dall’architettura di quello spazio, da Polacci qualificato sotto specie di visionario teatro del silenzio. Che è a un tempo contenente e contenuto del dramma, luogo e soggetto del racconto, esso stesso dramatis persona totalizzante, tra gli altri oggetti recitanti in virtù della loro sola presenza.
Dapprima i personaggi per eccellenza, anzi esclusivi, della scena pittorica erano massicci e sommariamente squadrati blocchi di marmo. Polacci amava dipingerli accatastati sulla spiaggia. In alcuni casi sembrano arcaici dolmen e resti di ciclopiche mura sconnesse. In altri, tagliati e soprammessi con maggiore regolarità, formano immani pile e castelli, quali ancora oggi si vedono nei depositi del Forte e di altrove, nella Versilia che del marmo cavato dalla Apuane ha fatto per secoli e da millenni, la propria risorsa economica e la scaturigine della propria cultura materiale e spirituale.
Si capisce la ragione per cui un versiliese come Polacci abbia assunto i blocchi di marmo a protagonisti della propria pittura: sin da ragazzo li aveva visti cavare, trasportare, accatastare, infine caricare sui bastimenti, uno di quali governato dal padre. Presenze imperiose del paesaggio e della topografi a familiare, per lui rappresentavano l’ossatura e la carne e la vena della terra, aspri e teneri come la vita. Fatica ed orgoglio della sua gente, la bianca e compatta materia strappata al monte educava al rispetto e al sentimento dei valori e della durata, mentre suscitava il desiderio di farne risuonare la grana cristallina, di strapparle la forma e la bellezza latenti nella sua anima minerale con il lavoro vigoroso e sapiente degli scalpellini e l’intuizione creatrice degli artisti.
Non un soggetto qualsiasi o un pretesto pittorico, dunque. I blocchi di marmo per Polacci sono la sintesi e il simbolo d’un vissuto e d’un mondo interiorizzati, e insieme un parametro di solidità e di certezza non gratuite, ma da conquistare, che egli ha finito col contrapporre alla dissipazione dell’effimero e alla perdita del senso profondo dell’identità che sembrano essere i segni distintivi del nostro tempo. Lo ha fatto con le opere degli ultimi anni e recenti che abbiamo detto di ispirazione metafisica e di riduzione simbolica della forma pittorica. Nelle quali egli davvero si racconta quando sulla scena lascia filtrare, e traduce in immagine trasfigurata, la propria riflessione sull’uomo contemporaneo e il suoi porsi arrogante e precario nella vita e davanti all’infinita estensione, al mistero dell’essere. Ebbene, in queste linde partiture che simulano la consequenzialità dell’ordine geometrico, Polacci si rivela pittore del bilico, dell’equilibrio precario, dell’impossibilità di ancorare a una certezza (al faticato e affidabile blocco di marmo dei padri costruttori) l’esperienza nonché la cognizione del mondo. Lo è per il modo di comporre gli interni/esterni della scena pittorica in cui consiste la sua “Versilia sognata”, fatta di fondali sagome quinte paratie scale porte finestre stanze edifici (e blocchi di marmo squadrati in parallelepipedi), che diresti razionalisti se non parassero all’irrealtà e persino all’assurdo. Lo è per la lucidità con cui mira allo straniamento, abilmente giocando su magrittiani inganni della percezione e della visione e sulla combinazione incongrua di molteplici prospettive lineari, che contraddicono e vanificano la lettura logica dello spazio edificato. Lo è per l’apparente candore con cui assegna ai suoi blocchi/personaggi il compito di raccontare storie di vita in forma di memorie, di situazioni, di apologhi versiliesi, mentre la scena dichiara l’impossibilità di individuare il confine tra l’ombra e la luce, tra l’alto e il basso, tra il concreto e l’astratto, tra il qui e l’altrove separati da uno specchio.
Le forme e i colori della “Versilia sognata” di Polacci, sono la bella metafora di un altro mondo e di un’altra età, forse mai veramente esistiti se non nella dimensione della memoria, nondimeno auspicabili come speranza che non sia infausto il destino della presente disastrata umanità.

Nicola Micieli

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