Una inattesa rappresentazione del mondo

L’emozione grafica e coloristica è stata coltivata da Marcello Polacci in tanti anni di passione e di attenzione dedicate entrambe all’arte proprio negli stessi momenti in cui il mestiere costringeva l’amico a fare il “dottore”. Un
tirocinio continuo di attese e di predilezioni soffocate, anche se non del tutto, in quanto bastava anche un ritaglio di tempo o un giorno di riposo per porre mano ai pennelli e concretizzare una visione che magari era dentro da anni e che attendeva che il processo creativo si realizzasse.
Ed era tale l’interesse per la pittura che quando è sorta la possibilità di realizzarlo egli vi si è dedicato con giovanile entusiasmo, al punto di insistere su un motivo dominante, addirittura in modo ripetitivo, cioè sui blocchi di marmo, quelli che da piccolo aveva visto scendere dal monte sulla lizza delle cave e che nella sua mente erano rimasti fissati come un incubo e una tragedia. Ma questa non è la realtà e possiamo affermare fin da ora che quella iterazione di massi non è una banale ripetizione di un motivo ricorrente ma una sequenza di scene sempre diverse, poste in luci contrapposte, con i blocchi che si pongono come vittime o personaggi vincenti che entrano nella decorazione oppure partecipano alla composizione con autonoma presenza, che vivono il loro dramma esistenziale di pietre colme di tempo e di storia, pronte a farsi interpretare nei vari modi perché il messaggio artistico rimanga sempre ricco di ambiguità e misteriosità.
Ho affrontato subito questo problema perché ciò mi consente di contestare i critici dell’effimero che parlano inutilmente del peso dei marmi e delle loro misure, dei massi visti come volumi “statici” troppo ripetuti per carenza di fantasia creativa: invece la lievitazione di un’idea – perché l’arte è sempre sintesi di immaginazione e cultura – vive di tempi lunghi, il prodotto risultando sempre una elaborazione esistenziale di un evento che viene da lontano, rientra nel problema della “conoscenza” e si realizza come risposta “necessaria” di vita e d’arte.
Il Polacci medico era già virtualmente possessore dei suoi messaggi poetici, la poesia rimanendo viva e presente ora nelle sue scenografie mentali ma già latente nel suo pensiero d’artista: queste sue opere dipinte non sono
improvvisazioni di un medico che cerca di dare un senso al “tempo libero” ma appaiono quali frutti intensi di meditati ripensamenti e soprattutto quali originali urgenze di comportamenti legati alla visione del mondo e al modo di viverci.
Il dolore trascorso tra i pazienti non era andato perduto, aveva fruttato il senso del rischio e del pericolo, la coscienza della fragilità, l’attesa dei miracoli impossibili, ed ora nasceva l’urgenza della saldezza veritiera, la solidità della pietra seppure alleviata dalla poesia del colore e dalla misura di un ordine a cui porre mano col senso dell’armonia. Gli altri amici pittori avevano quasi esaurito il loro compito, avevano già dipinto le loro utopie. Ora toccava a lui, a Marcello. Ed è qui che l’accortezza e la fantasia intervengono per impedirgli di farsi ripetitore del linguaggio dei Maestri conosciuti, stimati e amati: l’eccezionalità di questa esperienza di Polacci sta proprio nell’originalità delle sue composizioni che, pur richiamandosi – come tutti – alle poetiche del cubismo o del realismo o del geometrismo, non ne fanno motivo dominante ma giungono a conclusioni inaspettate semplici e originali, classicamente liriche.
Evidentemente Polacci è dotato di una sua energia, di un suo impeto interiore che lo portano al legittimare un suo evento personale al punto da includerlo nell’area della sua “conoscenza”, anche se noi trattiamo solo il lavoro svolto dal 1996 al 2006. All’inizio i blocchi delle sue Apuane erano semplici “cose” guardate con occhio realistico e quasi neutro, blocchi terrosi e quasi assenti, per poi passare alla fase successiva in cui i blocchi iniziano a umanizzarsi, a farsi parte di un tutto che compendia vari elementi, coinvolge forze facenti parte di un progetto segnico e cromatico elegantemente risolto.
I primi blocchi erano sovrapposti secondo un ordine legato al lavoro e alla fatica, deposti su terre realmente calpestate e con fondali marini non ancora del tutto assimilati allo spirito del dipinto, poi i blocchi hanno cominciato a partecipare alla vita del sogno, cioè la storia umana che era dietro ad ogni blocco iniziò a mostrare le proprie sembianze: “Piazzale di notte” del ’96 è già un tripudio di personaggi riuniti sul palco del mondo. E poi i “percorsi” scuri tra i blocchi allineati e poi quelli incisi da linee parallele e sovrapposti come figure colorate con fondali grigi e azzurri.
All’inizio del nuovo secolo Polacci toccò il momento massimo del suo rischio e del suo progetto lirico: o seguitare a lasciare in solitudine i suoi soggetti pur arricchendoli di cieli spiagge e mari quali quinte di un teatro colmo di malinconia oppure iniziare a coinvolgere in modo più intimo questi volumi ormai pronti per essere accolti in “composizioni” solenni, in armonie circolari o cubiche disponibili per essere trasferiti in “interni” o anche deposti ai piedi dell’Altissimo: così la montagna ritrovava i propri blocchi smarriti in un contesto ancora più
poetico. E qui il pittore arricchisce le pietre delle ombre care alle “piazze d’Italia” di De Chirico, il quale giocava sulle arcate aperte alla luce mentre Polacci gioca sulle ombre dei suoi massi duri e aspri, ed infine l’inserimento
dei blocchi nelle dimensioni interne di uno spazio entro cui essi possano familiarmente diventare “lui e lei”, predisporsi in armonica coppia come due “bagnanti” multicolori, porsi in successione tra due torri rosse e due porte, collocarsi in ambienti ricchi di magia con corridoi che s’avviano verso l’infinito e il mistero delle geometrie. L’artista ha qui sfruttato tutte le sue conoscenze tecniche, la cultura dei linguaggi conosciuti e capiti, per esempio ricuperando antiche visioni cubiste per far dimenticare la realtà fisica degli oggetti e raggiungendo così il punto estremo di riduzione e rarefazione (che aprirà dopo le vie all’astrazione) in modo da consentire che il gioco delle scacchiere, i punti di fuga, le cabine, gli orizzonti e le scalinate acquisissero significati profondi di vita, aspetti non solo visivi di situazioni esistenziali complesse e pronte a chiudersi nel buio della notte (“Prima della tempesta”, 2005) o a creare i misteri della metafisica per renderli esplorabili all’artista e a noi (“Ombre”, 2005) e anche per cogliere la forza magica che le “sfere” rosse rivelano dinamicizzando le “scalinate” (“La sfera rossa”, 2005) che portano chissà in quale paradiso.
Quanto sono stati utili gli anni di ripensamento che Polacci ha trascorso a guardarsi attorno, a cogliere i segreti del vivere, i rapporti tra eventi e persone: ora le persone sembrano non esistere più, esistono i loro immaginati fantasmi che tracciano percorsi tra problemi e tensioni, prima che le porte verdi si aprano, prima che la surrealtà prenda il sopravvento totale trasferendo nei blocchi i colori del mare, un mare che ricorda i dechirichiani “bagni misteriosi”, prima che l’insieme ci costringa alla scelta del viaggio, soprattutto quello verso la speranza. Solo in questa magrittiana sequenza di mari che diventano pavimenti geometrici e viceversa, solo queste cabine solitarie che racchiudono i loro sacrosanti misteri, solo queste scacchiere su cui si gioca il destino dell’uomo che non si vede, solo in questo spettacolo visivo veramente insolito Marcello Polacci consuma l’esperienza più tenera e più commovente della sua vita: non si tratta di una trovata occasionale o di una sopraggiunta reminiscenza di
motivi estetici goduti nel passato, ma di un determinante mutamento nel modo di porsi davanti al mondo, di penetrarne angoscianti temi di attesa, conquistarne angoli dai dolenti significati morali non solo per lui ma per ogni essere che intende riproporsi il tema della propria fragilità e misteriosità. Provoca un certo sgomento questa rappresentazione del mondo e forse neppure l’autore – giunto a questo punto della sua vita – si rende bene conto a quale sconvolgente sintesi egli sia pervenuto. Altro che il collezionista Polacci fedele alla sua raccolta di opere, altro che il pediatra amico pronto al consiglio sulla salute o sulla bellezza: Marcello si è dedicato alla ricerca di sé, a trovare il bandolo di quel groviglio che fu già di Montale o dei cavalieri di Marini o dei cavallini di Music: tutti in allerta in ascolto dei segnali più segreti che la cultura appena suggerisce ma che il talento tenta di scoprire e di realizzare. Anche se si è presentato un po’ in ritardo il talento di Marcello è un segnale che merita grande attenzione e stimoli.

Dino Carlesi

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