Testimonianze (V)

Pesanti, immobili, squadrati, danno un senso di sicurezza: sono i blocchi di marmo delle Apuane.
“… Per me non sono freddi parallelepipedi, ricoperti di polvere e di terra“, dice Marcello Polacci, “ma sono la carne di quelle montagne, di quelle madri vecchie come il tempo…”
Nella sua pittura – ricca di colore, suggestiva per atmosfere – i blocchi, a poco a poco, sono diventati personaggi: giganti solenni, certi della loro durezza, della loro inamovibile forza, ma soprattutto fermi antagonisti della fragilità del nostro tempo.
Basta pensare che un metro di altezza, uno di base, uno di profondità, danno un metro cubo: se di marmo, grosso modo, pesa due tonnellate e mezzo.
La fragilità morale dei nostri giorni è ben più spicca dei blocchi sul piazzale delle cave; la fragilità della nostra vita, costretta a muoversi tra inquinamenti, tragedie ecologiche, nubifragi spaventosi, delitti cinici, delinquenza scatenata e vuoto etico, non è ciò che si attendeva dal cosiddetto progresso.
Polacci, versiliese doc, sente la necessità di tornare alle cose semplici e arcaiche, alla leva capace di sollevare il mondo, al marmo di cui son fatte le nostre montagne bellissime, alle forme geometriche, alla quadratura del cerchio.
Lo conosco da quando ha cominciato a dipingere, cioè da moltissimi anni. Poi la professione medica ha avuto il sopravvento… Intendiamoci: fino a un certo punto, perché segretamente non ha mai smesso di lavorare intorno al cavalletto.
I blocchi di marmo delle Apuane sono scesi al mare, lungo la via tracciata da Michelangelo Buonarroti e da Donato Benti. Ci fu un tempo, in cui Forte dei Marmi era effettivamente un fortino, contornato da blocchi di marmo, che attendevano di essere caricati sui navicelli. Così Polacci ha fatto l’itinerario inverso – nato a Pietrasanta, vissuto al Forte – è andato a scegliere i suoi protagonisti, sul piazzale delle cave, come il Buonarroti sceglieva il marmo per le sue statue. Tutto viene dal mare, a suon di bradisismi e di millenni.
E’ un giuoco serio, quello di Polacci, i dadi dei bimbi uno sopra l’altro, uno accanto all’altro, formano case, paesi, sogni, fantasie, i dadi di Polacci sono immobili guardiani di una umana eternità. Sembrano i marinai di sentinella di Arturo Dazzi, che stanno lungo il viale a mare. Non sono fantasie, sono guizzi di creatività, suggestioni, ripensamenti.
Messosi in pensione, come pediatra, ha ripreso l’antica professione dei colori. Sempre c’era stato in mezzo: amico di illustri pittori, come Carrà, Carena, Soffici, Rosai, Dova, Treccani, Migneco, Direttore della Galleria d’Arte Moderna di Forte dei Marmi per lunghi anni, ha sempre avuto l’occhio allenato. Eppoi l’amore per l’arte; le grandi mostre, i musei, i libri. Non scherzava Berenson, quando diceva: “Chi ha più figurine vince”. Intendendo foto, diapositive, immagini, libri.
Tre blocchi, tre colori, uno sopra l’altro… Un blocco solo e una rete fittissima di punti di fuga… Blocchi e scacchiere sul pavimento, alfieri pronti a dare scacco… Lo sfondo dei blocchi non sono le Apuane, bensì il mare: li ha portati con sé e non gli sono occorse due o tre paia di bovi, sono bastate tele, colori e pennelli.
Cubi e parallelepipedi di marmo, soli nello spazio del quadro, potrebbero far pensare a gelide forme, ad atmosfere quasi metafisiche. Ma non è così. I blocchi di Polacci sono personaggi statici, ma con una dinamica interna: il marmo non è materia inerte, ma “carne” delle Alpi Apuane… E con questi personaggi vien voglia di parlare, per lo meno vien voglia di cercar di capire. Hanno qualcosa di profondo, di ancestrale, di meraviglioso.

Raffaello Bertoli

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