Testimonianze (II)

Un approccio cautelativo e diffidente alla pittura di Marcello Polacci è impossibile per una molteplicità di ragioni. Un’atmosfera mite ed amichevole tracciata nei quadri di Polacci crea il primo contatto con l’osservatore. Gli stessi colori intrecciati in cromatiche visioni apparentemente definite ma sottilmente dissimulate invitano anche il profano ad una meditazione serena sui temi trattati dall’artista. La semplicità pittorica dei temi introduce alla profondità dei loro argomenti. Ma come in letteratura non sono le parole pompose a creare il significato profondo, così anche nella pittura di Polacci i mezzi pittorici semplici utilizzati creano gli argomenti profondi trattati.
Gli orizzonti spezzati, le linee convergenti, le ombre sovrapposte, il senso del viatico indefinito ma esistente con tracce evidenti di memoria ed infine i marmi come potenziali figure umane in un percorso astratto, tutti questi elementi sapientemente resi collaboranti attraverso il colore lasciano l’osservatore in uno stato d’animo di sospensione temporale.
E’ vero che il tempo non appare esplicitamente nei quadri di Polacci ma esiste autonomamente. Questo tempo porta con sé l’esperienza, le memorie, il vissuto, la colpa, la speranza ed il timore; ma ecco che questo stesso tempo guida l’osservatore in un futuro non certo, ma esistente come una prospettiva promessa.
Questa meravigliosa esperienza ci viene regalata da Polacci chiedendoci gentilmente di assaporarla lentamente per cogliere tutte le sue sfumature che ci rivelano indietro ogni dettaglio pittorico.
Io definirei i quadri di Polacci più che metafisici, diacronici nel senso oserei dire letterale della parola. Il tempo è stato fissato in questi quadri, l’entropia si è miracolosamente fermata ed eccoci allora trovati in un lasso temporale indefinito, indistruttibile, fermo ma con il senso del diacronico. Ecco allora che possiamo anche cogliere sfumature di un futuro passato, accennato appena dalle amorfe masse dei blocchi di marmi durante il loro indefinito viaggio nello spazio-tempo.
Non credo che il pittore facesse coscientemente questi pensieri qui proposti al momento che dipingeva; credo invece, conoscendo anche la persona, che i quadri dipingessero essi stessi lo stato d’animo dell’artista al momento che lui li dipingeva onestamente. Ma come ogni singolo libro si moltiplica in tanti libri quanti i lettori, così i quadri di Polacci ci permettono di penetrarli, ognuno trovando in essi il suo proprio meta-tempo.
Una nota melanconica può apparire all’osservatore più sensibile. Polacci con l’uso dei colori vivaci questa nota di melanconia la dissimula nella luminosità dei suoi quadri lasciandoci con una certa incertezza. Ma non poteva che essere così; Polacci è del solare Forte dei Marmi e la sua esperienza vissuta viene ripetuta anche involontariamente in ogni suo dipinto. Ecco allora che la superficie pittorica diventa uno specchio dentro il quale si riflette la personalità dell’artista ma anche di ogni osservatore.

Louis Livadhiotis (Segni di Futuro Passato)

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