Marcello Polacci “non è” il solito medico che dipinge

“Il solito medico che dipinge” (?). Non è un inequivocabile interrogativo, questo che l’interlocutore mi rivolge interrompendo alcune mie veloci notazioni sull’interessante pittura di Marcello Polacci; ma nell’ambiguità del tono mi è facile individuare il senso di una domanda che attende conferme al proprio convincimento prudentemente non
esplicitato: in quella espressione, divenuta di comunissimo consumo in un tempo in cui una massa ormai ampia di
persone si avvicina spesso impreparata nello specifi co, a quadri e sculture con l’intento proditorio di giudicare. Nella cui manipolazione, del resto, si avvicendano altrettanto numerosi “operatori” senz’arte né parte. Per cui: “No, non è il solito medico che dipinge, dico, anche se si tratta di un notissimo pediatra. Il Dottor Polacci ha dipinto sin da quand’era ragazzo, è un cultore e intenditore assai fine di arte visiva ed è stato persino direttore della Galleria Comunale d’arte moderna di Forte dei Marmi in un periodo di felici iniziative pubbliche. Un personaggio di grande rispetto, dunque, così come è rispettabile il suo operato”.
L’itinerario percorso dall’artista Polacci è strettamente legato all’ambiente nel quale egli ha trascorso l’adolescenza e che è soprattutto riferito alla presenza di letterati e di artisti molto noti (ai quali si mescolavano i soliti curiosi in cerca di svago) che si davano convegno ai tavolini all’ombra di un grande platano, il quarto a cominciare da quello che era vicino al bar ospitante (bar sopravvissuto).
Il nucleo dominante era costituito da Maestri considerati fra i maggiori del nostro Novecento Carrà, Dazzi, Maccari,
Pea, Soffici, Magnelli, Carena…
Il concitato ma civile sovrapporsi di elementi polemici di quei convegni, ai quali Polacci e altri ragazzi come lui assistevano non dalle primissime file, divenne musica per le orecchie del giovane Polacci. Di qui, a farla breve, lo sviluppo di una costante sperimentazione su carte tele e legni a portata di mano: una sperimentazione silenziosa e umile, che oggi si è fatta colta, sempre con l’occhio dell’anima rivolto alla natura. Al vero, al verosimile, con la rivisitazione sistematica di memorie sottratte alla cultura metafisica.
Questi blocchi dunque, strappati a un’antica memoria, rivivono allineati e sovrapposti con ordine nei loro diversi colori-luce, e si trasformano in elementi preziosi di un gioco seriamente impegnato a ricostruire armonie disegnative e cromatiche nuove in cui i passaggi dagli interni all’esterno sembrano meditatissime mosse su una scacchiera per giganti.
E Marcello ci lascia solo intravedere, sulle prime, la compattezza di un ideale scontro di idee in un ancora non precisato ruolo affidato a quei blocchi umanizzati. “Li ho sempre amati – suol dire infatti l’artista Polacci – essi sono l’anima,
la vita della nostra Versilia. Li ho sempre avuti nel mio cuore di versiliese. Ricordo quando, da ragazzo, andavo a vedere mio padre che li caricava sul suo bastimento per trasportarli in tutti i Paesi del Mediterraneo. Questi parallelepipedi apparentemente senza vita li ho davvero umanizzati. Sono diventati personaggi che parlano non solo in intimi colloqui; e vanno al mare, vanno in gita sulle Apuane. Vanno sull’Altissimo a conoscere i luoghi aspri, e incantevoli insieme, nei quali sono nati. Rivivono i luoghi delle loro radici”.
Forse per questo sono immagini inquietanti, e tuttavia capaci di opporre la loro solidità all’esistere effimero di una
società divenuta assai fragile e sempre meno consapevole dei propri mezzi di cui stenta a recuperare l’energia e la vitalità.
“Questi blocchi di marmo – ribadisce Polacci – sono carne di quelle montagne (le nostre Apuane) di quelle madri vecchie come il tempo, testimoni di una storia lontana, di un metamorfismo plurimillenario”. E’ dunque in una logica esistenziale che la sua pittura va ancor più apertamente evolvendosi in un contraddittorio vivace con i responsabili del degrado generale dell’arte, di un’arte subdolamente impoverita di soluzioni formali degne di essere accolte nella pittura e nella scultura. E quale strumento di contrapposizione Polacci avrebbe potuto invocare più efficace della solidità dei blocchi di marmo delle sue Apuane che in queste tele fanno muraglia ideale per arginare il caos? Essi recuperano – perché no? – la solidità dialettica di quei grandi maestri del Novecento, battaglieri protagonisti intorno al mitico “Quarto Platano” del Forte, e possono identificarsi in un ideale che si esprime contro la “fragilità morale dell’uomo” artista-non artista il quale dipinge, scolpisce, progetta, spesso con un dilettantismo sconcertante. Quando non abbia addirittura la consapevolezza di volere stupire ad ogni costo realizzando un “nuovo” cervellotico, per vanità, vale a dire al solo scopo di farsi notare mediante “orrori” di grammatica e di sintassi, trappole mortali per l’arte. Quasi alla stregua di colui che ruba o ammazza solo per avere il proprio nome sui giornali.
D’altra parte la voce dei blocchi di marmo, ambientata suggestivamente nei luoghi che legittimamente la amplificano e la giustificano, sono uno strumento che può anche essere “poesia” o, meglio, simbolo d’una poesia disposta oggi ad assumersi il compito di tramandare alle generazioni future certi valori il cui esistere è messo in pericolo dal caos dilagante.
E vengono a mente le parole del grande Pea: “la mia Versilia, posta di fronte a tante insulse deformazioni”. Che
sono oggi brutture assolutamente incapaci di opporre neanche quella similinnocenza attribuibile alle mode di quel
tempo combattute dall’impegno dei Carrà, dei Maccari, dei Dazzi… La storia si ripete, certo, ma gravata di altri mali
endemici che Polacci intende denunciare con una pittura nuova. Soprattutto ricca di una suadente forza espressiva nel suo linguaggio pulito. Civile.

Tommaso Paloscia

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